Al termine di un ciclo dedicato a fiabe e favole, i miei studenti hanno redatto delle loro storie. Vi mostro alcuni dei racconti , bei frutti della fantasia di ragazzi di 1 B e 1C.

C’era una volta un lupo, Gorin. Di lui tutti gli animali della regione avevano paura perché era carnivoro…e caspita, come gli piaceva la carne!

Ogni volta che lo si vedeva in giro tutti subito scappavano e si nascondevano.

Ma un giorno, un giovane riccio, coraggioso forse perché era tutto spinoso, pieno di aculei pungenti, non lo evitò, ma andò verso di lui e gli diede un libro…un ricettario per preparare prelibatezze vegetariane.

Sperava così di invitare Gorin a provare un nuovo modo di cucinare, nuovi piatti gustosi privi di carne.

Gorin tornò a casa e iniziò subito a preparare i nuovi piatti … all’inizio non aveva neanche il coraggio di provarli, ma dopo tanto spadellare iniziò prima ad assaggiare le nuove ricette, poi a gustarle.

Arrivò una festa e tutti gli animali si radunarono intorno a una bella tavola per pranzare insieme, infatti avevano portato tutti una pietanza da condividere con gli amici…… tutto bene fino a quando arrivò anche Gorin.

Fu subito un fuggi-fuggi, chi si nascondeva dietro gli alberi, i più esili addirittura dentro agli alberi. Tutti avevano un gran timore.

Tremando, un piccolo scoiattolo gli si avvicinò, gli chiese se anche lui aveva portato un piatto e ne chiese un pezzettino da assaggiare.

Gorin mostrò allo scoiattolo il suo sformato di porri e glielo offrì.

Gli animali, che avevano visto la scena dai loro nascondigli, sospirarono e, anche se ancora con un pochino di paura, si recarono alla tavola dove già Gorin si era seduto. Gli animali si guardarono, si sorrisero e iniziarono a pranzare. Da quel giorno Gorin non fu più temuto e neanche evitato

E vissero, felici e contenti, mangiando.

Morale: Una persona può essere diversa, ma questo non significa che non possa essere perfettamente uguale a tutti gli altri.

 

di Chiara Alvarez luisa e Gerald Baltazar, 1B

Il mito e il sogno. Da sempre presenti nella storia dell’uomo. Nel 2025, pur sapendo il perché di molti fenomeni, l’uomo rimane con la stessa voglia di mistero e di fantasie da sognare.

Alcuni di noi sanno proprio farlo in grande e ci regalano belle storie.

Perché la luna è gialla?

Un tempo, la Luna era di un bianco così abbagliante da impedire il sonno a tutte le creature. 

Il saggio gufo Nocturno si stancò di essere abbagliato ogni notte e così volò fino al palazzo del dio del Sonno, Morfeo.

Morfeo gli diede un vaso colmo di “Sonno d’Oro”, una sabbia magica e gli disse: “Spargi questa sabbia sulla Luna. Ne addolcirà la luce.” Così comandò Morfeo.


Prontamente Nocturno, con le sue ali larghe, raggiunse la Luna. 

Mentre volava sulla sua superficie, spargendo la sabbia magica, la polvere dorata si spargeva e si attaccava alle rocce lunari. Il cielo si riempì di una polvere finissima.


Quando la sabbia si esaurì, la Luna non era più bianca e abbagliante, ma di un giallo caldo e pacifico. 

Da quel giorno, la Luna divenne l’astro della quiete e del riposo, tingendosi di giallo per riflettere la luce più gentile del Sonno d’Oro.

E la presenza della polvere, rimasta a fluttuare sull’atmosfera terrestre, è il motivo per cui la Luna rimane gialla al tramonto.

 

di Emanuele Sacerdote, 1C

C’era una volta un castello medievale circondato da un grande giardino.

In quel castello vivevano la principessa Elizabeth con il re e la regina, i suoi genitori.

Elizabeth si sentiva sempre triste perché si sentiva insicura a causa della sua chioma rossa.

Un giorno, affranta, dopo avere visto le sue coetanee tutte con i loro bei capelli o biondi o castani, se ne andò, tutta sola, a fare una passeggiata nel grande bosco.

Camminò a lungo e, per riposarsi, si sedette appoggiando la schiena contro il tronco di un albero ….un albero che, Elizabeth non lo sapeva, era magico. 

E dalla corteccia subito, si spalancarono due occhi. 

La principessa si sentì osservata, si girò, guardò in alto e vide nella corteccia due occhi che la fissavano. Che spavento!

Lo sguardo dell’albero era rassicurante e la principessa, stupita, chiese:” Ma tu…che albero sei, chi sei?”

“Ciao” disse l’albero, “sono l’albero magico della foresta e sono felice di incontrarti. Sai, io so cosa ti affligge così tanto…” E poi calò il silenzio, Elizabeth era muta.

L’albero riprese dopo un po’: “Sappi Elizabeth che tu hai una grande e bella fortuna. Quella di essere diversa dalle altre ragazze: hai una bellissima chioma rossa e questo deve essere per te un bel vanto! E poi ricordati cara, che è la tua mente che inventa tutte le sensazioni brutte che provi. Avere i capelli rossi non vuole dire che tu sia meno di una castana o di una bionda! Ma io so come puoi fare per stare bene, ascoltami: prova a riconoscere le tue emozioni e poi placale un po’ e soprattutto, accoglile!”

Detto questo gli occhi sparirono, ricomparve la solita corteccia dell’albero che ritornò a essere il solito e normale albero.

Elizabeth non poteva fare altro che pensare a quelle parole e all’insegnamento che l’albero magico le aveva trasmesso. Da subito, con pazienza, la principessa cercò di mettere in pratica ciò che le era stato detto e in modo graduale lei imparò quanto l’albero le aveva trasmesso e si sentì più tranquilla al punto tale che iniziò a piacersi sul serio.

E, piacendosi, lei si rese felice per sempre.

di Sofia Baldinellli e Giorgia  Sellam, 1B

C’era una volta, in un paese che non compariva su nessuna mappa perché cambiava posto ogni notte, una bambina di nome Luna che aveva una caratteristica stranissima: quando rideva, le stelle si avvicinavano un pochino alla Terra per ascoltarla meglio.

Luna viveva con il nonno Arturo, un vecchio orologiaio che costruiva orologi senza lancette. “Il tempo vero,” diceva, “non ha bisogno di essere misurato.” Nel loro laboratorio ticchettante c’erano ingranaggi sospesi in aria, molle che dormivano e un piccolo carillon che suonava solo quando qualcuno stava per fare una scelta importante.

Una notte, mentre il vento soffiava con una voce più seria del solito, il carillon iniziò a suonare da solo. Luna lo aprì e ne uscì una farfalla ricoperta di luce dorata.

“Il Regno dei Forse sta svanendo,” sussurrò la farfalla. “Se scompare, le persone smetteranno di sognare ciò che non esiste ancora.”

Senza avere il tempo di avere paura, Luna si infilò il cappotto, salutò il nonno e seguì la farfalla oltre l’ultimo lampione del paese, dove l’ombra diventa morbida come una coperta. Attraversarono un ponte fatto di promesse non mantenute – il ponte scricchiolava, ma fortunatamente reggeva- e arrivarono nel Regno dei Forse: un luogo dove le montagne cambiavano idea sulla loro altezza e i fiumi scorrevano all’indietro per nostalgia dei luoghi appena lasciati.

Al centro del regno c’era un grande specchio incrinato. Era lo Specchio del Coraggio, rotto perché da troppo tempo nessuno aveva osato guardarsi davvero. Luna si avvicinò. Non vide una principessa né un’eroina, ma una bambina un po’ spettinata, con le ginocchia sbucciate e gli occhi pieni di domande. Sorrise. E rise.

Le stelle, sentendo quella risata, scesero così vicine che lo specchio si ricompose. Il regno riprese colore, i fiumi ricominciarono a scorrere in avanti e la farfalla ricoperta di luce si posò sulla spalla di Luna, e diventò una semplice farfalla normale.

Quando Luna tornò a casa, il nonno Arturo stava lavorando a un nuovo orologio. Questa volta aveva una lancetta sola.

“Segna il momento in cui smetti di aver paura,” disse.

E da allora, ogni volta che qualcuno ride con il cuore aperto, da qualche parte le stelle si avvicinano un po’.

Per ascoltare.

di Venera Savona Viviana, 1B

C’era una volta Leo, un uomo enorme. Un ex pugile che un tempo riempiva i ring. La notorietà però finì, lui venne dimenticato e ora viveva in un vecchio magazzino. Triste fine la sua, una triste realtà, Ora era solo un gigante fragile che era terrorizzato dai rumori e incapace di vivere al di fuori da quelle sue mura. La sua mole era una prigione: da lui si aspettavano tutti forza, mentre lui voleva solo sparire. Miki, invece, era magro e scattante, un ragazzino di strada, un “topo” dei vicoli. Viveva di espedienti e non stava mai fermo. Un giorno Leo venne colto da un attacco di panico a causa di un controllo della polizia. Non riusciva a muoversi, il respiro bloccato, il cuore, troppo gonfio di paura, in gola. Anche Miki aveva paura, ma, invece di scappare, si sedette accanto a lui e con voce sottile, ma ferma, iniziò a parlargli, guidando il suo respiro e dandogli indicazioni su dove e come nascondersi nelle pieghe della città. Soluzioni che solo un piccolo topo poteva conoscere. E Miki non aiutò Leo dandogli da bere o da mangiare, ma lo salvò dalla sua stessa mente. Leo si riprese e i due fecero da allora coppia fissa. Leo dava rifugio sicuro nel magazzino a Miki che poteva dormire tranquillo sulla spalla dell’amico, mentre Miki ricordava a Leo ogni giorno che non bisogna essere indistruttibili per avere il diritto di esistere.

 di Xylie Chantalmae Bacoto, 1C