Immagina che questo breve testo costituisca la situazione iniziale di un racconto di tua invenzione. Continua la storia e dai un titolo.
Per un certo numero di anni, qui a Milano, ho abitato in piazza Castello, all’estremità dei numeri pari. Di notte lasciavo la mia auto, allora una giardinetta Fiat, posteggiata lungo il marciapiedi. E spesso mi dimenticavo di chiuderla a chiave. Una mattina, aperta la portiera, ho fatto per sedermi, quando ho notato che sul sedile a destra c’era un pacchetto. Era un rozzo involucro fatto con carta di giornali e legato con uno spago…
Un sacchetto misterioso
Incuriosito da cosa ci fosse dentro il sacchetto, lo presi in mano e lo aprii: erano delle biglie! Mi fecero ricordare di quando giocavo con mio nonno e ci divertivamo tantissimo.
Avevo tredici anni quando morì, lui quasi ottantacinque. Mi ricordo quel giorno come se fosse ieri. Stavamo giocando con le
biglie, come ogni giorno, e da un momento all’altro cadde all’indietro e non si rialzò più, in mano aveva un biglia blu notte che
cadde lentamente. Da quel giorno decisi di non toccare più una biglia.
Non chiusi subito il sacchetto, ma rimasi fermo immobile a guardare il sacchetto con una lacrima che lentamente rigava il mio viso e cadde su una biglia. All’inizio sembrava nera ma, quando la presi in mano, era identica a quella che aveva mio nonno proprio quel giorno. Scoppiai a piangere.
Mi domandai cosa pensassero i passanti nel vedere un uomo vestito elegante coi capelli sistemati e con in una mano una biglia e nell’altra un sacchetto. “Mi avranno preso per pazzo o per un ragazzo troppo sensibile”, pensai.
E non avevano tutti i torti anche perché, dopo la sua morte, mi chiusi in me stesso, non parlavo con nessuno né i miei amici né con la mia famiglia , non uscivo di casa e non andavo a scuola. Io non lo reputavo “solo” un nonno. Per me era un padre,un fratello, ma soprattutto il mio migliore amico, era l’unica persona che riusciva sempre a farmi sorridere.
Mi chiesi come il pacchetto fosse arrivato nella mia auto, chi lo avesse messo oppure se era stato il destino. Non sono mai riuscito
a capirlo, ma quel giorno decisi di andare al cimitero a trovarlo. Appena arrivato davanti alla lapide, appoggiai le biglie e iniziai a
piangere. Dopo tredici anni che ci tornavo non era cambiato nulla, era tutto pulito e in ordine come la prima volta .
Iniziai a parlare: “Ciao nonno, scusa se non sono venuto a trovarti finora”, iniziai a balbettare e provai a continuare, mentre il pianto iniziava a diventare più forte “Non riuscivo ad accettare la tua morte, tuttora la penso così…Mi manchi da morire, vorrei tornare indietro nel tempo per abbracciarti un’ultima volta”.
Smisi di parlare come se avessi un nodo in gola a bloccarmi.
Sentii una presenza, ero sicuro che c’era lui al mio fianco che mi accarezzava la spalla.
di Erisa Murrizi, 1G